Allorchè Paolo era arrivato a Milano colla sua musica sotto il
braccio — in quel tempo in cui il sole splendeva per lui tutti i giorni,
e tutte le donne erano belle — avea incontrato la Principessa: le
ragazze del magazzino le davano quel titolo perchè aveva un visetto
gentile e le mani delicate; ma soprattutto perch’era superbiosetta, e la
sera, quando le sue compagne irrompevano in Galleria come uno stormo di
passere, ella preferiva andarsene tutta sola, impettita sotto la sua
sciarpetta bianca, sino a Porta Garibaldi. Così s’erano incontrati con
Paolo, mentre egli girandolava, masticando pensieri musicali, e sogni di
giovinezza e di gloria, — una di quelle sere beate in cui si sentiva
tanto più leggiero per salire verso le nuvole e le stelle, quanto meno
gli pesavano lo stomaco e il borsellino. — Gli piacque di seguire le
larve gioconde che aveva in mente in quella graziosa personcina, la
quale andava svelta dinanzi a lui, tirando in su il vestitino grigio
quand'era costretta a scendere dal marciapiedi sulla punta dei suoi
stivalini un po’ infangati. In quel modo istesso la rivide due o tre
volte, e finirono per trovarsi accanto. Ella scoppiò a ridere alle prime
parole di lui; rideva sempre tutte le volte che lo incontrava, e tirava
di lungo. Se gli avesse dato retta alla prima, ei non l’avrebbe cercata
mai più. Finalmente, una sera che pioveva — in quel tempo Paolo aveva
ancora un ombrello — si trovarono a braccetto, per la via che cominciava
a farsi deserta. Gli disse che si chiamava la Principessa, poichè, come
spesso avviene, il suo pudore rannicchiavasi ancora nel suo vero nome,
ed ei l’accompagnò sino a casa, cinquanta passi lontano dalla porta.
Ella non voleva che nessuno, e lui meno d’ogni altro, potesse vedere in
qual castello da trenta lire al mese vivessero i genitori della
Principessa.
Trascorsero in tal modo due o tre settimane. Paolo l’aspettava in
Galleria, dalla parte di via Silvio Pellico, rannicchiato nel suo gramo
soprabito estivo che il vento di gennaio gli incollava sulle gambe; ella
arrivava lesta lesta, col manicotto sul viso rosso dal freddo; infilava
il braccio sotto quello di lui, e si divertivano a contare i sassi,
camminando adagio con due o tre gradi di freddo. Paolo chiacchierava
spesso di fughe e di canoni, e la ragazza lo pregava di spiegarle la
cossa in milanese. — La prima volta che salì nella cameretta di lui, al
quarto piano, e l’udì suonare sul pianoforte una di quelle sue romanze
di cui le avevano tanto parlato, cominciò a capire, ancora in nube,
mentre guardava attorno fra curiosa e sbigottita; si sentì venir gli
occhi umidi, e gli fece un bel bacio — ma questo avvenne molto tempo
dopo.
Dalla modista si ciarlava sottovoce, dietro le scatole di cartone e i
mucchi di fiori e di nastri sparsi sulla gran tavola da lavoro, del
nuovo moroso della Principessa, e si rideva molto di quest’altro, il
quale aveva un soprabitino che sembrava quello della misericordia di
Dio, e non regalava mai uno straccio di vestito alla sua bella. La
Principessa fingeva non intendere, faceva una spallata, e agucchiava,
zitta e fiera.
Il povero grande artista in erba le avea tanto parlato della gloria
futura, e di tutte le altre belle cose che dovevano far corteo a madonna
gloria, che ella non poteva accusarlo di essersi spacciato per un
principe russo o per un barone siciliano. — Una volta ei volle regalarle
un anellino, un semplice cerchietto d’oro che incastonava una mezza
perla falsa — erano i primi del mese allora. — Ella si fece rossa e lo
ringraziò tutta commossa, — per la prima volta — gli strinse le mani
forte forte, ma non volle accettare il regalo: avea forse indovinato
quante privazioni dovesse costare il povero gingillo al Verdi
dell’avvenire, e sì che aveva accettato assai più da quell’altro, senza
tanti scrupoli, ed anche senza tanta gratitudine. Quindi, per fare onore
al suo amante, si sobbarcò a gravi spese; prese a credenza una
vesticciuola al Cordusio; comperò una mantellina da venti lire sul Corso
di Porta Ticinese, e dei gingilli di vetro che si vendevano in Galleria
Vecchia. L’altro le aveva ispirato il gusto e il bisogno di certe
eleganze. Paolo non lo sapeva, lui; non sapeva nemmeno che si fosse
indebitata, e le diceva: — Come sei bella così! Ella godeva di
sentirselo dire, era felice per la prima volta di non dover nulla della
sua bellezza al suo amante.
La domenica, quand’era bel tempo, andavano a spasso fuori la cinta
daziaria, o lungo i bastioni, all’Isola Bella, o all’Isola Botta, in una
di quelle isole di terraferma affogate nella polvere. Erano i giorni
delle pazze spese; sicchè quand’era l’ora di pagare lo scotto, la
Principessa si pentiva delle follie fatte nella giornata, si sentiva
stringere il cuore, e andava ad appoggiare i gomiti alla finestra che
dava sull’orto. Egli veniva a raggiungerla, si metteva accanto a lei,
spalla contro spalla, e lì, cogli occhi fissi in quel quadretto di
verdura, mentre il sole tramontava dietro l’Arco del Sempione, sentivano
una grande e melanconica dolcezza. Quando pioveva avevano altri
passatempi: andavano in omnibus da Porta Nuova a Porta Ticinese, e da
Porta Ticinese a Porta Vittoria; spendevano trenta soldi e scarrozzavano
per due ore come signori. La Principessa arricciava blonde e attaccava
fiori di velo su gambi di ottone durante sei giorni, pensando a quella
festa della domenica; spesso il giovanotto non desinava il giorno prima
o il giorno dopo.
Passarono l’inverno e l’estate in tal modo, giocando all’amore come dei
bimbi giocano alla guerra o alla processione. Ella non accordavagli
nulla più di codesto, e l’innamorato si sentiva troppo povero per osare
di chieder altro. Eppure ella gli voleva proprio bene; ma aveva troppo
pianto, per via di quell’altro, ed ora credeva aver messo giudizio. Non
sospettava che dopo quell’altro, ora che gli voleva proprio bene, non
buttarglisi fra le braccia fosse l’unica prova d’amore che il suo
istinto delicato le suggerisse: povera ragazza!
Venne l’ottobre; ei sentiva la grande melanconia dell’autunno, e le avea
proposto di andare in campagna, sul lago. Approfittarono di un giorno in
cui il babbo di lei era assente per fare una scappata, una scappata
grossa che costò cinquanta lire, e andarono a Como per tutto un giorno.
Quando furono all’albergo, l’oste domandò se ripartivano col treno della
sera; Paolo lungo il viaggio avea domandato alla Principessa come
avrebbe fatto se fosse stata costretta a rimaner la notte fuori di casa;
ella avea risposto ridendo: — Direi di aver passata la notte al
magazzino per un lavoro urgente. — Ora il giovane guardava imbarazzato
lei e l’oste, e non osava dir altro. Ella chinò il capo e rispose che
partivano il domani; quando furono soli si fece di bracia — così gli si
lasciò andare.
Oh, i bei giorni in cui si passeggiava a braccetto sotto gli ippocastani
fioriti senza nascondersi, senza vedere le belle vesti di seta che
passavano nelle carrozze a quattro cavalli, e i bei cappelli nuovi dei
giovanotti che caracollavano col sigaro in bocca! le domeniche in cui si
andava a far baldoria con cinque lire! le belle sere in cui stavano
un’ora sulla porta, prima di lasciarsi, scambiando venti parole in
tutto, tenendosi per mano, mentre i viandanti passavano affrettati!
Quando avevano cominciato non credevano che dovessero arrivare a volersi
bene sul serio; — ora che ne avevano le prove sentivano altre
inquietudini.
Paolo non le avea mai parlato di quell’altro di cui avea indovinato
l’esistenza fin dalla prima volta che Principessa si era lasciata
mettere sotto il suo ombrello; l’avea indovinato a cento nonnulla, a
cento particolari insignificanti, a certo modo di fare, al suono di
certe parole. Ora ebbe un’insana curiosità. — Ella possedeva in fondo
una gran rettitudine di cuore, e gli confessò tutto. Paolo non disse
nulla; guardava le cortine di quel gran letto d’albergo su cui delle
mani sconosciute avevano lasciato ignobili macchie.
Sapevano che quella festa un giorno o l’altro avrebbe avuto fine; lo
sapevano entrambi e non se ne davano pensiero gran fatto, — forse perchè
avevano ancora dinanzi la gran festa della giovinezza. — Lui anzi si
sentì come alleggerito da quella confessione che la ragazza gli avea
fatto, quasi lo sdebitasse di ogni scrupolo tutto in una volta, e gli
rendesse più agevole il momento di dirle addio. A quel momento ci
pensavano spesso tutt’e due, tranquillamente, come cosa inevitabile, con
certa rassegnazione anticipata e di cattivo augurio. Ma adesso si
amavano ancora e si tenevano abbracciati. — Quando quel giorno arrivò
davvero fu tutt’altra storia.
Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue
scarpe s’erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni
d’artista, e della sua ambizione giovanile, — quelle larve funeste che
da tutti gli angoli d’Italia vengono in folla ad impallidire e sfumare
sotto i cristalli lucenti della Galleria, nelle fredde ore di notte, o
in quelle tristi del pomeriggio. Le meschine follie del suo amore
costavano care! A venticinque anni, quando non s’è ricchi d’altro che di
cuore e di mente, non si ha il diritto di amare, fosse anche una
Principessa; non si ha il diritto di distogliere lo sguardo, fosse anche
per un sol momento, sotto pena di precipitare nell’abisso, dalla
splendida illusione che vi ha affascinato e che può farsi la stella del
vostro avvenire; bisogna andare avanti, sempre avanti, cogli occhi
intenti in quel faro, avidi, fissi, il cuore chiuso, le orecchie sorde,
il piede instancabile e inesorabile, dovesse camminare sul cuore
istesso. Paolo fu malato, e nessuno seppe nulla di lui per tre interi
giorni, nemmen la Principessa. Erano incominciati i giorni squallidi e
lunghi in cui si va a passeggiare nelle vie polverose fuori le porte, a
guardare le mostre dei gioiellieri, e a leggere i giornali appesi agli
sportelli delle edicole, i giorni in cui l’acqua che scorre sotto i
ponti del Naviglio dà le vertigini, e guardando in alto si vedono sempre
le guglie del Duomo che vi affascinano. La sera, quando aspettava in via
Silvio Pellico, faceva più freddo del solito, le ore erano più lunghe, e
la Principessa non aveva più la solita andatura svelta e leggiadra.
In quel tempo gli capitò addosso una fortuna colossale, qualcosa come
quattromila lire all’anno perchè andasse a pestare il piano pei caffè e
i concerti americani. Accettò colla stessa gioia come se avesse avuto il
diritto di scegliere: dopo pensò alla Principessa. La sera, la invitò a
cena, in un gabinetto riservato dei Biffi, al pari di un riccone
dissoluto. Avea avuto un acconto di cento lire e ne spese buona parte.
La povera ragazza spalancava gli occhi a quel festino da Sardanapalo, e
dopo il caffè, col capo alquanto peso, appoggiò le spalle al muro,
seduta come era sul divano. Era un po’ pallida, un po’ triste, ma più
bella che mai. Paolo le metteva spesso le labbra sul collo, vicino alla
nuca; ella lo lasciava fare e lo guardava con occhi attoniti, quasi
avesse il presentimento di una sciagura. Ei sentivasi il cuore stretto
in una morsa, e per dirle che le voleva un gran bene le domandava come
avrebbero fatto quando non si fossero più visti. La Principessa stava
zitta, volgendo il capo dalla parte dell’ombra, cogli occhi chiusi, e
non si muoveva per dissimulare certi lagrimoni grossi e lucenti che
scorrevano e scorrevano per le guance. Allorché il giovane se ne accorse
ne fu sorpreso: era la prima volta che la vedeva piangere. — Cos'hai?
domandava. Ella non rispondeva, o diceva — nulla! — con voce soffocata;
— diceva sempre così, ch'era poco espansiva, e aveva superbiette da
bambina. — Pensi a quell'altro? domandò Paolo per la prima volta. — Sì!
accennò ella col capo, sì — ed era vero. Allora si mise a singhiozzare.
L’altro! volea dire il passato: volea dire i bei giorni di sole e
d’allegria, la primavera della giovinezza, il suo povero affetto
destinato a strascinarsi così, da un Paolo all'altro, senza pianger
troppo quand'era triste; voleva dire il presente che se ne andava, quel
giovane che oramai faceva parte del suo cuore e della sua carne, e che
sarebbe divenuto un estraneo anche lui, fra un mese, fra un anno o due.
Paolo in quel momento ruminava forse vagamente i medesimi pensieri e non
ebbe il coraggio di aprir bocca. Soltanto l’abbracciò stretto stretto e
si mise a piangere anche lui. — Avevano cominciato per ridere.
— Mi lasci? balbettò la Principessa. — Chi te l’ha detto? — Nessuno, lo
so, lo indovino. Partirai? — Ei chinò il capo. Ella lo fissò ancora un
istante cogli occhi pieni di lagrime, poi si voltò in là, e pianse cheta
cheta.
Allora, forse perché non avea la testa a casa, o il cuore troppo grosso,
ricominciò a vaneggiare, e gli raccontò quel che gli aveva sempre
nascosto per timidità o per amor proprio; gli disse com'era andata con
quell'altro. A casa non erano ricchi, per dir la verità; il babbo aveva
un piccolo impiego nell'amministrazione delle ferrovie, e la mamma
ricamava; ma da molto tempo la sua vista s’era indebolita, e allora la
Principessa era entrata in un magazzino di mode per aiutare alquanto la
famiglia. Colà, un po’ le belle vesti che vedeva, un po’ le belle parole
che le dicevano, un po’ l’esempio, un po’ la vanità, un po’ la facilità,
un po’ le sue compagne e un po’ quel giovanotto che si trovava sempre
sui suoi passi, avevano fatto il resto. Non avea capito di aver fatto il
male, che allorquando aveva sentito il bisogno di nasconderlo ai suoi
genitori: il babbo era un galantuomo, la mamma una santa donna;
sarebbero morti di dolore se avessero potuto sospettare la cosa, e non
l’aveano mai creduto possibile, giacché avevano esposto la figliuola
alla tentazione. La colpa era tutta sua.... o piuttosto non era sua; ma
di chi era dunque? Certo che non avrebbe voluto conoscere quell'altro,
ora che conosceva il suo Paolo, e quando Paolo l’avrebbe lasciata non
voleva conoscer più nessuno....
Parlava a voce bassa, sonnecchiando, appoggiando il capo sulla spalla di
lui.
Allorché uscirono dal Biffi indugiarono alquanto pel cammino, rifacendo
tutta la triste via crucis dei loro cari e mesti ricordi: la cantonata
dove s’erano incontrati, il marciapiedi sul quale s’erano fermati a
barattar parole la prima volta. — To’! dicevano, è qui! — No è più in
là. — Andavano come oziando, intontiti; nel separarsi si dissero — a
domani.
Il giorno dopo Paolo faceva le valige, e la Principessa, inginocchiata
dinanzi al vecchio baule sgangherato, l’aiutava ad assestarvi le poche
robe, i libri, le carte di musica sulle quali ella avea scarabocchiato
il suo nome, in quei giorni là. — Quei panni glieli aveva visti indosso
tante volte! — una cosa copriva l’altra, e stringeva il cuore il vederle
scomparire così, una alla volta. Paolo le porgeva ad uno ad uno i panni
che andava a prendere dal cassettone o dall'armadio; ella li guardava un
momento, li voltava e rivoltava, poi li riponeva per bene, senza che
facessero una piega, fra le calze e i fazzoletti; non dicevano molte
parole, e mostravano d’aver fretta. La ragazza avea messo da banda un
vecchio calendario sul quale Paolo soleva fare delle annotazioni. —
Questo me lo lascerai? gli disse. Ei fece cenno di sì senza voltarsi.
Quando il baule fu pieno rimanevano ancora qua e là, su per le seggiole
e il portamantelli, dei panni logori e il vecchio soprabito. — A quella
roba penserò domani, disse Paolo; la ragazza premeva sul coperchio col
ginocchio mentre egli affibbiava le correggie; poi andò a raccogliere il
velo e l’ombrellino che aveva lasciati sul letto e si mise a sedere
sulla sponda tristamente. Le pareti erano nude e tristi; nella camera
non rimaneva altro che quella gran cassa, e Paolo il quale andava e
veniva, frugando nei cassetti, e raccogliendo in un gran fagotto le
altre robe.
La sera andarono a spasso l’ultima volta. Ella gli si appoggiava al
braccio timidamente, quasi l’amante cominciasse a diventare un estraneo
per lei. Entrarono al Fossati, come nei giorni di festa, ma partirono di
buon’ora, e non si divertirono molto. Il giovine pensava che tutta
quella gente lì ci sarebbe tornata altre volte, e avrebbe trovato la
Principessa — ella, che non avrebbe più visto Paolo fra tutta quella
gente. Solevano bere la birra in un caffeuzzo al Foro Bonaparte; Paolo
amava quella gran piazza per la quale avea passeggiato tante volte,
nelle sere di estate, colla sua Principessa sotto il braccio.
Da lontano s’udiva la musica del caffè Gnocchi, e si vedevano illuminate
le finestre rotonde del Teatro Dal Verme. Di tratto in tratto, lungo la
via oscura, formicolavano dei lumi e della gente dinanzi i caffè e le
birrerie. Le stelle sembravano tremolare in un azzurro cupo e profondo;
qua e là, nel buio dei viali e fra mezzo agli alberi, luccicava una
punta di gas, davanti alla quale passavano a due a due delle ombre nere
e tacite. Paolo pensava: “Ecco l’ultima sera!„
S’erano messi a sedere lontano dalla folla, nel cantuccio meno
illuminato, volgendo le spalle ad una controspalliera di arbusti
rachitici piantati in vecchie botti di petrolio; la Principessa strappò
due fogliuzze e ne diede una a Paolo — altre volte si sarebbe messa a
ridere. — Venne un cieco che strimpellava un intero repertorio sulla
chitarra; Paolo gli diede tutti i soldoni che aveva in tasca.
Si rividero un’ultima volta alla stazione, al momento della partenza,
nell’ora amara dell’addio affrettato, distratto, senza pudore, senza
espansione e senza poesia, fra la ressa, l’indifferenza, il frastuono e
la folla della partenza. La Principessa seguiva Paolo come un’ombra, dal
registro dei bagagli allo sportellino dei biglietti, facendo tanti passi
quanti ne faceva lui, senza aprir bocca, col suo ombrellino sotto il
braccio: era bianca come un cencio e null’altro. — Egli al contrario era
tutto sossopra e avea un’aria affaccendata. Al momento d’entrare nella
sala d’aspetto un impiegato domandò i biglietti; Paolo mostrò il suo; ma
la povera ragazza non ne aveva; — colà dunque si strinsero la mano in
fretta dinanzi un mondo di gente che spingeva per entrare, e l’impiegato
che marcava il biglietto.
Ella era rimasta ritta accanto all’uscio, col suo ombrellino fra le
mani, come se aspettasse ancora qualcheduno, guardando qua e là i grandi
avvisi incollati alle pareti, e i viaggiatori che andavano dallo
sportello dei biglietti alle sale d’aspetto; li accompagnava con quello
stesso sguardo imbalordito dentro la sala, e poi tornava a guardare gli
altri che giungevano.
Infine, dopo dieci minuti di quell’agonia, suonò la campana, e s’udì il
fischio della macchina. La ragazza strinse forte il suo ombrellino, e se
ne andò lenta lenta, barcollando un poco; fuori della stazione si mise a
sedere su di un banco di pietra.
— Addio! tu che te ne vai, tu con cui il mio cuore ha vissuto! Addio tu
che sei andato prima di lui! Addio tu che verrai dopo di lui, e te ne
andrai come lui se n’è andato, addio! — Povera ragazza!
E tu, povero grande artista da birreria, va a strascinare la tua catena;
va a vestirti meglio e a mangiare tutti i giorni; va ad ubbriacare i
tuoi sogni di una volta fra il fumo delle pipe e del gin, nei lontani
paesi dove nessuno ti conosce e nessuno ti vuol bene; va a dimenticare
la Principessa fra le altre principesse di laggiù, quando i danari
raccolti alla porta del caffè avranno scacciato la melanconica immagine
dell’ultimo addio scambiato là, in quella triste sala d’aspetto. E poi,
quando ritornerai, non più giovane, nè povero, nè sciocco, nè
entusiasta, nè visionario come allora, e incontrerai la Principessa, non
le parlare del bel tempo passato, di quel riso, di quelle lagrime, chè
anche ella si è ingrassata, non si veste più a credenza al Cordusio, e
non ti comprenderebbe più. E ciò è ancora più triste — qualchevolta.
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