ÈÒÀËÜßÍÑÊÈÉ ßÇÛÊ
Giovanni Verga
Novelle
1887

Edizione: Giovanni Verga. Novelle, quarta edizione. Milano, Fratelli Treves Editori, 1887.
NEDDA
bozzetto siciliano.
 
Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, nè la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.

E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, la fiamma che scoppiettava, troppo vicina forse, mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna. Pioveva, e il vento urlava incollerito; le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del podere, facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano; gli altri ciarlavano della raccolta delle olive, che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia, o della pioggia che rubava loro il pane di bocca: la vecchia castalda filava, tanto perchè la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla; il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecoraio si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze incominciarono a saltare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per paura che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, e le fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono stanche, venne la volta delle canzonette: — Nedda! Nedda la varannisa! sclamarono parecchie. — Dove s’è cacciata la varannisa?

— Son qua: rispose una voce breve dall’angolo più buio, dove s’era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna.

— O che fai tu costà?

— Nulla.

— Perchè non hai ballato?

— Perchè son stanca.

— Cantaci una delle tue belle canzonette.

— No, non voglio cantare.

— Che hai?

— Nulla.

— Ha la mamma che sta per morire, rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti.

La ragazza che teneva il mento sui ginocchi alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi.

Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero:

— O allora perchè hai lasciato tua madre?

— Per trovar del lavoro,

— Di dove sei?

— Di Viagrande, ma sto a Ravanusa.

Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che doveva sposare il terzo figlio di Massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d’oro al collo, le disse volgendole le spalle: — Eh! non è lontano! la cattiva nuova dovrebbe recartela proprio l’uccello.

Nedda le lanciò dietro un’occhiata simile a quella che il cane accovacciato dinanzi al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda.

— No! lo zio Giovanni sarebbe venuto a chiamarmi! esclamò come rispondendo a se stessa.

— Chi è lo zio Giovanni?

— È lo zio Giovanni di Ravanusa; lo chiamano tutti così.

— Bisognava farsi imprestare qualche cosa dallo zio Giovanni, e non lasciare tua madre, disse un’altra.

— Lo zio Giovanni non è ricco, e gli dobbiamo diggià dieci lire! E il medico? e le medicine? e il pane di ogni giorno? Ah! si fa presto a dire! — aggiunse Nedda scrollando la testa, e lasciando trapelare per la prima volta un’intonazione più dolente nella voce rude e quasi selvaggia: — ma a veder tramontare il sole dall’uscio, pensando che non c’è pane nell’armadio, nè olio nella lucerna, nè lavoro per l’indomani, la è una cosa assai amara, quando si ha una povera vecchia inferma, là su quel lettuccio!

E scuoteva sempre il capo dopo aver taciuto, senza guardar nessuno, con occhi aridi, asciutti che tradivano tale inconscio dolore, quale gli occhi più abituati alle lagrime non saprebbero esprimere.

— Le vostre scodelle, ragazze! gridò la castalda scoperchiando la pentola in aria trionfale.

Tutte si affollarono attorno al focolare ove la castalda distribuiva con paziente parsimonia le mestolate di fave. Nedda aspettava ultima, colla sua scodelletta sotto il braccio. Finalmente ci fu posto anche per lei, e la fiamma l’illuminò tutta.

Era una ragazza bruna, vestita miseramente; aveva quell'attitudine timida e ruvida che danno la miseria e l’isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non ne avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello spago; aveva denti bianchi come avorio, e una certa grossolana avvenenza di lineamenti che rendeva attraente il suo sorriso. Gli occhi avea neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino, quali li avrebbe invidiati una regina a quella povera figliuola raggomitolata sull'ultimo gradino della scala umana, se non fossero stati offuscati dall'ombrosa timidezza della miseria o non fossero sembrati stupidi per una triste e continua rassegnazione. Le sue membra schiacciate da pesi enormi, o sviluppate violentemente da sforzi penosi, erano diventate grossolane, senza esser robuste. Ella faceva da manovale, quando non aveva da trasportare sassi nei terreni che si andavano dissodando, o portava dei carichi in città per conto altrui, o faceva di quegli altri lavori più duri che da quelle parti stimansi inferiori al còmpito dell’uomo. La vendemmia, la messe, la raccolta delle ulive, per lei erano delle feste, dei giorni di baldoria, un passatempo, anziché una fatica. È vero bensì che fruttavano appena la metà di una buona giornata estiva da manovale, la quale dava 13 bravi soldi! I cenci sovrapposti in forma di vesti rendevano grottesca quella che avrebbe dovuto essere la delicata bellezza muliebre. L’immaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad un’aspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli. Nessuno avrebbe potuto dire quanti anni avesse cotesta creatura umana; la miseria l’aveva schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l’anima e l’intelligenza — così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia — e dei suoi fratelli in Eva bastava che le rimanesse quel tanto che occorreva per comprenderne gli ordini, e per prestar loro i più umili, i più duri servigi.

Nedda sporse la sua scodella, e la castalda ci versò quello che rimaneva di fave nella pentola, e non era molto.

— Perchè vieni sempre l’ultima? Non sai che gli ultimi hanno quel che avanza? le disse a mo’ di compenso la castalda.

La povera ragazza chinò gli occhi sulla broda nera che fumava nella sua scodella, come se meritasse il rimprovero, e andò pian pianino perché il contenuto non si versasse.

— Io te ne darei volentieri della mia, disse a Nedda una delle sue compagne che aveva miglior cuore; ma se domani continuasse a piovere.... davvero!... oltre a perdere la mia giornata non vorrei anche mangiare tutto il mio pane.

— Io non ho questo timore! rispose Nedda con un triste sorriso.

— Perché?

— Perché non ho pane di mio. Quel po’ che ci avevo, insieme a quei pochi quattrini li ho lasciati alla mamma.

— E vivi della sola minestra?

— Sì, ci sono avvezza; rispose Nedda semplicemente.

— Maledetto tempaccio, che ci ruba la nostra giornata! imprecò un’altra.

— To’, prendi dalla mia scodella.

— Non ho più fame; rispose la varannisa ruvidamente, a mo’ di ringraziamento.

— Tu che bestemmi la pioggia del buon Dio, non mangi forse del pane anche tu! disse la castalda a colei che aveva imprecato contro il cattivo tempo. E non sai che pioggia d’autunno vuol dire buon anno!

Un mormorio generale approvò quelle parole.

— Sì; ma intanto son tre buone mezze giornate che vostro marito toglierà dal conto della settimana!

Altro mormorio d’approvazione.

— Hai forse lavorato in queste tre mezze giornate perché ti s’abbiano a pagare? rispose trionfalmente la vecchia.

— È vero! è vero! risposero le altre, con quel sentimento istintivo di giustizia che c’è nelle masse, anche quando questa giustizia danneggia gli individui.

La castalda intuonò il rosario, le avemarie si seguirono col loro monotono brontolio, accompagnate da qualche sbadiglio. Dopo le litanie si pregò per i vivi e per i morti; allora gli occhi della povera Nedda si riempirono di lagrime, e dimenticò di rispondere amen.

— Che modo è cotesto di non rispondere amen! le disse la vecchia in tuono severo.

— Pensava alla mia povera mamma che è tanto lontana: balbettò Nedda timidamente.

Poi la castalda diede la santa notte, prese la lucerna e andò via. Qua e là, per la cucina o attorno al fuoco, s’improvvisarono i giacigli in forme pittoresche; le ultime fiamme gettarono vacillanti chiaroscuri sui gruppi e su gli atteggiamenti diversi. Era una buona fattoria quella, e il padrone non risparmiava, come tant’altri, fave per la minestra, nè legna pel focolare, nè strame pei giacigli. Le donne dormivano in cucina, e gli uomini nel fienile. Dove poi il padrone è avaro, o la fattoria è piccola, uomini e donne dormono alla rinfusa, come meglio possono, nella stalla, o altrove, sulla paglia o su pochi cenci, i figliuoli accanto ai genitori, e quando il genitore è ricco, e ha una coperta di suo, la distende sulla sua famigliuola; chi ha freddo si addossa al vicino, o mette i piedi nella cenere calda, o si copre di paglia, s’ingegna come può; dopo un giorno di fatica, e per ricominciare un altro giorno di fatica, il sonno è profondo, al pari di un despota benefico, e la moralità del padrone non è permalosa che per negare il lavoro alla ragazza la quale, essendo prossima a divenir madre, non potesse compiere le sue dieci ore di fatica.

Prima di giorno le più mattiniere erano uscite per vedere che tempo facesse, e l’uscio che sbatteva ad ogni momento sugli stipiti, spingeva turbini di pioggia e di vento freddissimo su quelli che intirizziti dormivano ancora. Ai primi albori il castaldo era venuto a spalancare l’uscio, per svegliare i pigri, giacchè non è giusto defraudare il padrone di un minuto della giornata lunga dieci ore, che gli paga il suo bravo tari, e qualche volta anche tre carlini (sessantacinque centesimi!) oltre la minestra.

Piove! era la parola uggiosa che correva su tutte le bocche, con accento di malumore. La Nedda, appoggiata all’uscio, guardava tristemente i grossi nuvoloni color di piombo che gettavano su di lei le livide tinte del crepuscolo. La giornata era fredda e nebbiosa; le foglie avvizzite si staccavano strisciando lungo i rami, e svolazzavano alquanto prima di andare a cadere sulla terra fangosa, e il rigagnolo s’impantanava in una pozzanghera dove s’avvoltolavano voluttuosamente dei maiali: le vacche mostravano il muso nero attraverso il cancello che chiudeva la stalla, e guardavano la pioggia che cadeva con occhio malinconico; i passeri, rannicchiati sotto le tegole della gronda, pigolavano in tono piagnoloso.

— Ecco un’altra giornata andata a male! mormorò una delle ragazze, addentando un grosso pan nero.

— Le nuvole si distaccano dal mare laggiù, disse Nedda stendendo il braccio; verso il mezzogiorno forse il tempo cambierà.

— Però quel birbo del fattore non ci pagherà che un terzo della giornata!

— Sarà tanto di guadagnato.

— Sì, ma il nostro pane che mangiamo a tradimento?

— E il danno che avrà il padrone delle olive che andranno a male, e di quelle che si perderanno fra la mota?

— È vero! disse un’altra.

— Ma pròvati ad andare a raccogliere una sola di quelle ulive che andranno perdute fra mezz’ora, per accompagnarla al tuo pane asciutto, e vedrai quel che ti darà di giunta il fattore.

— È giusto, perchè le ulive non sono nostre!

— Ma non sono nemmeno della terra che se le mangia!

— La terra è del padrone to’! replicò Nedda trionfante di logica, con certi occhi espressivi.

— È vero anche questo; rispose un’altra la quale non sapeva che rispondere.

— Quanto a me preferirei che continuasse a piovere tutto il giorno piuttosto che stare una mezza giornata carponi in mezzo al fango, con questo tempaccio, per tre o quattro soldi.

— A te non ti fanno nulla tre o quattro soldi, non ti fanno! esclamò Nedda tristamente.

La sera del sabato, quando fu l’ora di aggiustare il conto della settimana, dinanzi alla tavola del fattore, tutta carica di cartacce e di bei gruzzoletti di soldi, gli uomini più turbolenti furono pagati i primi, poscia le più rissose delle donne, in ultimo, e peggio, le timide e le deboli. Quando il fattore le ebbe fatto il suo conto, Nedda venne a sapere che, detratte le due giornate e mezza di riposo forzato, restava ad avere quaranta soldi.

La povera ragazza non osò aprir bocca. Solo le si riempirono gli occhi di lagrime.

— E laméntati per giunta, piagnucolona! gridò il fattore, il quale gridava sempre da fattore coscienzioso che difende i soldi del padrone. Dopo che ti pago come le altre, e sì che sei più povera e più piccola delle altre! e ti pago la tua giornata come nessun proprietario ne paga una simile in tutto il territorio di Pedara, Nicolosi e Trecastagne! Tre carlini, oltre la minestra!

— Io non mi lamento! disse timidamente Nedda intascando quei pochi soldi che il fattore, ad aumentare il valore, avea conteggiato per grani. La colpa è del tempo che è stato cattivo e mi ha tolto quasi la metà di quel che avrei potuto buscarmi.

— Pigliatela col Signore! disse il fattore ruvidamente.

— Oh, non col Signore! ma con me che son tanto povera.

— Pagagli intiera la sua settimana a quella povera ragazza; disse al fattore il figliuolo del padrone, il quale assisteva alla raccolta delle ulive. Non sono che pochi soldi di differenza.

— Non devo darle che quel ch'è giusto!

— Ma se te lo dico io!

— Tutti i proprietari del vicinato farebbero la guerra a voi e a me se facessimo delle novità.

— Hai ragione! rispose il figliuolo del padrone, il quale era un ricco proprietario e aveva molti vicini.

Nedda raccolse quei pochi cenci che erano suoi, e disse addio alle compagne.

— Vai a Ravanusa a quest’ora? dissero alcune.

— La mamma sta male!

— Non hai paura?

— Sì, ho paura per questi soldi che ho in tasca; ma la mamma sta male, e adesso che non son più costretta a star qui a lavorare mi sembra che non potrei dormire se mi fermassi anche stanotte.

— Vuoi che t’accompagni? le disse in tuono di scherzo il giovane pecoraio.

— Vado con Dio e con Maria; disse semplicemente la povera ragazza, prendendo la via dei campi a capo chino.

Il sole era tramontato da qualche tempo e le ombre salivano rapidamente verso la cima della montagna. Nedda camminava sollecita, e quando le tenebre si fecero profonde cominciò a cantare come un uccelletto spaventato. Ogni dieci passi voltavasi indietro, paurosa, e allorché un sasso, smosso dalla pioggia che era caduta, sdrucciolava dal muricciolo, o il vento le spruzzava bruscamente addosso a guisa di gragnuola la pioggia raccolta nelle foglie degli alberi, ella si fermava tutta tremante, come una capretta sbrancata. Un assiolo la seguiva d’albero in albero col suo canto lamentoso, ed ella tutta lieta di quella compagnia gli faceva il richiamo, perché l’uccello non si stancasse di seguirla. Quando passava dinanzi ad una cappelletta, accanto alla porta di qualche fattoria, si fermava un istante nella viottola per dire in fretta un’avemaria, stando all'erta che non le saltasse addosso dal muro di cinta il cane di guardia che abbaiava furiosamente; poi partiva di passo più lesto, rivolgendosi due o tre volte a guardare il lumicino che ardeva in omaggio alla Santa, nello stesso tempo che faceva lume al fattore, quando doveva tornar tardi dai campi. — Quel lumicino le dava coraggio, e la faceva pregare per la sua povera mamma. Di tempo in tempo un pensiero doloroso le stringeva il cuore con una fitta improvvisa, e allora si metteva a correre, e cantava ad alta voce per stordirsi, o pensava ai giorni più allegri della vendemmia, o alle sere d’estate, quando, con la più bella luna del mondo, si tornava a stormi dalla Piana, dietro la cornamusa che suonava allegramente; ma il suo pensiero correva sempre là, dinanzi al misero giaciglio della sua inferma. Inciampò in una scheggia di lava tagliente come un rasoio, e si lacerò un piede; l’oscurità era sì fitta che alle svolte della viottola la povera ragazza spesso urtava contro il muro o la siepe, e cominciava a perder coraggio e a non sapere dove si trovasse. Tutt’a un tratto udì l’orologio di Punta che suonava le nove, così vicino che i rintocchi sembravano le cadessero sul capo. Nedda sorrise, quasi un amico l’avesse chiamata per nome in mezzo ad una folla di stranieri.

Infilò allegramente la via del villaggio, cantando a squarciagola la sua bella canzone, e tenendo stretti nella mano, dentro la tasca del grembiule, i suoi quaranta soldi.

Passando dinanzi alla farmacia vide lo speziale ed il notaro tutti inferraiuolati che giocavano a carte. Alquanto più in là incontrò il povero matto di Punta, che andava su e giù da un capo all’altro della via, colle mani nelle tasche del vestito, canticchiando la solita canzone che l’accompagna da venti anni, nelle notti d’inverno e nei meriggi della canicola. Quando fu ai primi alberi del diritto viale di Ravanusa, incontrò un paio di buoi che venivano a passo lento ruminando tranquillamente.

— Ohè, Nedda! gridò una voce nota.

— Sei tu, Janu?

— Sì, son io, coi buoi del padrone.

— Da dove vieni? domandò Nedda senza fermarsi.

— Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua; tua madre t’aspetta.

— Come sta la mamma?

— Al solito.

— Che Dio ti benedica! esclamò la ragazza come se avesse temuto il peggio, e ricominciò a correre.

— Addio, Nedda! le gridò dietro Janu.

— Addio, balbettò da lontano Nedda.

E le parve che le stelle splendessero come soli, che tutti gli alberi, noti uno per uno, stendessero i rami sulla sua testa per proteggerla, e i sassi della via le accarezzassero i piedi indolenziti.


Il domani, ch’era domenica, venne la visita del medico, il quale concedeva ai suoi malati poveri il giorno che non poteva consacrare ai suoi poderi. Una triste visita davvero! perchè il buon dottore non era abituato a far complimenti coi suoi clienti, e nel casolare di Nedda non c’era anticamera, nè amici di casa ai quali si potesse annunciare il vero stato dell’inferma.

Nella giornata seguì anche una mesta funzione; venne il curato in rocchetto, il sagrestano coll’olio santo, e due o tre comari che borbottavano non so che preci. La campanella del sagrestano squillava acutamente in mezzo ai campi, e i carrettieri che l’udivano fermavano i loro muli in mezzo alla strada, e si cavavano il berretto. Quando Nedda l’udì per la sassosa viottola tirò su la coperta tutta lacera dell’inferma, perchè non si vedesse che mancavano le lenzuola, e piegò il suo più bel grembiule bianco sul deschetto zoppo, reso fermo con dei mattoni. Poi, mentre il prete compiva il suo ufficio, andò ad inginocchiarsi fuori dell’uscio, balbettando macchinalmente delle preci, guardando come trasognata quel sasso dinanzi alla soglia su cui la sua vecchierella soleva scaldarsi al sole di marzo, e ascoltando con orecchio distratto i consueti rumori delle vicinanze, ed il via vai di tutta quella gente che andava per i propri affari senza avere angustie pel capo. Il curato partì, ed il sagrestano indugiò invano sull’uscio perchè gli facessero la solita limosina pei poveri.

Lo zio Giovanni vide a tarda ora della sera la Nedda che correva sulla strada di Punta.

— Ohè! dove vai a quest’ora?

— Vado per una medicina che ha ordinato il medico.

Lo zio Giovanni era economo e brontolone.

— Ancora medicine! borbottò, dopo che ha ordinato la medicina dell’olio santo! già, loro fanno a metà collo speziale, per dissanguare la povera gente! Fai a mio modo, Nedda, risparmia quei quattrini e vatti a star colla tua vecchia.

— Chissà che non avesse a giovare! rispose tristemente la ragazza chinando gli occhi, e affrettò il passo.

Lo zio Giovanni rispose con un brontolio. Poi le gridò dietro:— Ohe! la varannisa!

— Che volete?

— Anderò io dallo speziale. Farò più presto di te, non dubitare. Intanto non lascerai sola la povera malata.

Alla ragazza vennero le lagrime agli occhi.

— Che Dio vi benedica! — gli disse, e volle anche mettergli in mano i denari.

— I denari me li darai poi; — rispose ruvidamente lo zio Giovanni, e si diede a camminare colle gambe dei suoi vent’anni.

La ragazza tornò indietro e disse alla mamma: — C’è andato lo zio Giovanni, — e lo disse con voce dolce insolitamente.

La moribonda udì il suono dei soldi che Nedda posava sul deschetto, e la interrogò cogli occhi.

— Mi ha detto che glieli darò poi; rispose la figlia.

— Che Dio gli paghi la carità! mormorò l’inferma, così resterai senza un quattrino.

— Oh, mamma!

— Quanto gli dobbiamo allo zio Giovanni?

— Dieci lire. Ma non abbiate paura, mamma! Io lavorerò!

La vecchia la guardò a lungo coll’occhio semispento, e poscia l’abbracciò senza aprir bocca. Il giorno dopo vennero i becchini, il sagrestano e le comari. Quando Nedda ebbe acconciato la morta nella bara, coi suoi migliori abiti, le mise tra le mani un garofano che aveva fiorito dentro una pentola fessa, e la più bella treccia dei suoi capelli; diede ai becchini quei pochi soldi che le rimanevano perchè facessero a modo, e non scuotessero tanto la morta per la viottola sassosa del cimitero; poi rassettò il lettuccio e la casa, mise in alto, sullo scaffale, l’ultimo bicchiere di medicina, e andò a sedersi sulla soglia dell’uscio, guardando il cielo.

 
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